“La Chiave”, Italia, 1983

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Regia: Tinto Brass
Cast: Frank Finlay, Stefania Sandrelli, Franco Branciaroli
Genere: Erotico, Drammatico
Durata: 116′

Trama: Venezia, epoca fascista. Nino è un anziano professore inglese, direttore della Biennale d’arte, sposato con la giovane Teresa, bella donna ma piuttosto pudica, nell’intimità, la quale gestisce una pensione nella città lagunare. Per movimentare la loro vita amorosa, un giorno Nino decide di lasciare in bella vista la chiave di un cassetto dove egli ripone un diario segreto in cui  narra le sue fantasie erotiche. Teresa trova la chiave, legge il diario e decide, a sua volta, di scriverne uno anch’ella, in cui narra i suoi tradimenti col giovane fidanzato ungherese della figlia, Laszlo. Questo vicendevole scambio di segreti ridarà vita alla passione e all’intesa sessuale tra i due.

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“Mi piace il CULOOOOOOOOO!!!!”

Trasmesso l’altra sera su Cielo, ne ho approfittato per vedere il mio primo film di Tinto Brass, celebre regista italiano dedicatosi prevalentemente al genere erotico. La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo di Jun’ichirô Tanizaki (orig. “Kagi”, 1956), riproposto più e più volte al cinema, come La chiave (1959), Kagi (1974), Kagi (1983) e Kagi (1997), che qui viene adattato all’ambientazione veneziana, durante il periodo fascista. All’epoca, il film ebbe un discreto successo e viene tuttora considerato uno dei migliori (o “il meno peggio”) di Brass. La trama è molto semplice, incentrata esclusivamente sul triangolo amoroso composto da Nino-Teresa-Laszlo, con i due coniugi che leggono “di nascosto” i diari l’una dell’altro e con la moglie che sfrutta la sua storia extraconiugale con il fidanzato della figlia per riaccendere la sua passione coniugale. Quattro soli protagonisti principali e giusto un paio di comparse qui e lì, il tutto ambientato in una Venezia mai troppo elegante e presente più nei vari dialoghi in dialetto locale che nelle inquadrature esterne.

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Stefania Sandrelli nel 1983 e ai giorni nostri.

Stefania Sandrelli, incontrastata protagonista della pellicola, suscitò grande scalpore per aver accettato un ruolo simile, dopo aver raggiunto il successo in giovanissima età in film di tutt’altro stampo, quali Il federale (1961) di Salce e con Ugo Tognazzi, e le due commedie all’italiana di Pietro Germi Divorzio all’italiana (1961), con Marcello Mastroianni, e Sedotta e abbandonata (1964). A 37 anni compiuti e con una carriera già lanciata, non mostra alcun timore nel mostrarsi completamente nuda davanti alle telecamera, impegnata in una serie di situazioni sessuali più o meno spinte. Chi cerca tette e culi, in questo film troverà pane (e mortadella) per i suoi gusti, con uno o due full frontal (all’epoca andava ancora di moda il pelo incolto) e alcune scene di sesso che, seppur lontane dall’essere realmente eccitanti, con il loro incedere lento e melancolico (e la loro sempre brevissima durata. Eiaculazione precoce o tagli in fase di montaggio? :P), mostrano spesso il corpo morbido della Sandrelli, i suoi seni abbondanti e, come da tradizione brassiana, i suoi glutei (è risaputo che il regista ha una vera e propria ossessione per il culo). Va detto che non vi è alcun tipo di censura, nemmeno per quanto riguarda il pene di Branciaroli (che, però, viene mostrato in erezione solo una volta). Nonostante questo, il piacere è totalmente voyeuristico: si guarda, si vede molto, ma non si è mai realmente eccitati da ciò che si è visto.

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Lo specchio

La regia di Brass è piuttosto attenta e pulita e dà il massimo nelle scene girate in camera da letto, in cui gioca molto con luci e specchi, per dar vita ad inquadrature stuzzicanti  (e bilaterali). Tecnicamente non c’è nulla da criticare e le musiche sono firmate dal grandissimo Ennio Morricone (anche se qui l’ho trovato molto sottotono, con quelle caxxo di trombette fastidiose). La recitazione è buona: la Sandrelli interpreta molto bene la parte di una donna al contempo sensuale e remissiva, così come Finlay è molto credibile nei panni di un vecchio professore arrapato alla vista del corpo nudo della moglie, che ama fotografare a sua insaputa. Meno encomiabili le prove di Franco Branciaroli (Laszlo) e Barbara Cupisti (Lisa), mentre sono presenti 3 cammei, ovvero quelli di Brass (nei panni del prete confessore, ridicolo), di Ugo Tognazzi (un ubriaco) e di suo figlio Ricky (uno studente). Riassumendo il mio parere personale, il film non è male, si lascia guardare con piacere, sopprattutto grazie alla placida sensualità di una Stefania Sandrelli che appare più giovane dei suoi 37 anni e non nasconde il suo corpo burroso. La sceneggiatura, però, è piuttosto esile e la lunga durata, unita al lento incedere e a scene di sesso sì mostrate integralmente ma mai davvero eccitanti, tenderanno a far calare le palpebre, più che a far salire qualcos’altro.

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Stefania Sandrelli come mamma l’ha fatta

SANGUE

Non trattandosi di un horror, sangue zero.

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Giudizio finale: 5/10

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