“Gun Woman”, Giappone, 2014

Regia: Kurando Mitsutake
Cast: Asami, Noriaki Kamata, Erika Maki, Tatsuya Nakadai, Kairi Narita
Genere: azione, thriller, pulp
Durata: 86′
Produzione: Maxam See
Budget: /

Trama: Mastermind è un brillante dottore in cerca di vendetta, che acquista una giovane donna e la allena per essere l’assassina suprema, impiantando nel suo corpo parti di pistola che dovrà successivamente assemblare e usare per uccidere il suo bersaglio, ovvero il figlio dell’uomo che anni prima aveva ucciso la donna del dottore e lo aveva lasciato storpio e guercio.

Il film ricorda molto da vicino pellicole occidentali come “Kill Bill” o, per la parte iniziale della trama, “Nikita”, pellicola che viene ‘menzionata’ da uno degli attori quando, sentendo la prima parte del racconto, dice che gli sembra di sentir parlare di un manga o di un film di Luc Besson (chiaro riferimento a “Nikita”). Il riferimento ai manga, invece, è dovuto al fatto che, chiaramente, la trama risulta poco credibile.
Kurando Mitsutake è un regista di Tokyo con pochissimi lavori alle spalle (questo è solo il suo terzo lavoro – dopo il thriller “Monsters don’t get to cry” e “Samurai Western: The Blind Wolf” – e dopo di questo ha fatto altri due film).

Se da una parte è più che comprensibile la rabbia e la sete di vendetta di Mastermind, dottore a cui il villain ha stuprato e ucciso la fidanzata davanti ai suoi occhi, risulta meno credibile il metodo in cui intende portare a termine il suo piano: il figlio di Hamazaki, infatti, è solito sollazzarsi con dei cadaveri all’interno di un complesso nucleare, adibito a centro per necrofili. Al suo interno, però, si può accedere solo dopo un’attenta ispezione (affinché nessuno vi introduca armi o altro) e le guardie che lo controllano sono dotate di pistole con riconoscimento delle impronte. L’unico modo per introdurre un’assassina, quindi, è fingere sia un cadavere (attraverso uno stato di morte apparente) e inserire la pistola (divisa in parti) all’interno della sua carne. Questa è, ovviamente, la parte meno credibile, dal punto di vista del realismo, insieme al fatto che Mayumi sembra accettare abbastanza di buon grado la cosa, quando potrebbe benissimo uccidere l’uomo che l’ha addestrata e andarsene per i fatti suoi.

Se il regista non è molto prolifico, lo stesso non si può dire della cara Asami che, dopo una breve carriera da J-AV actress e gravure idol (2005-2008) si è dedicata con molta passione al cinema trash eroti-horror giapponese, recitando in oltre 70 film, tra cui “The Machine Girl“, “RoboGeisha“, “Dead Sushi“, “Zombie Ass“, ecc). Nonostante le doti recitative non elevatissime, ricopre alla perfezione il suo ruolo, arrivando ad annullarsi totalmente come persona, mostrandosi sempre disinvolta, seppur nuda e ricoperta di sangue. Per i più porcelli, comunque, c’è da dire che di erotismo c’è ben poco: Asami non ha un fisico perfetto e, se nella prima parte viene mostrata come una tossico dipendente ad un passo dalla morte, spesso ricoperta di vomito, nella seconda sarà ricoperta dal suo sangue e da quello dei nemici. Poco eccitanti anche le poche scene di sesso e i corpi nudi dei cadaveri (che, però, appartengono ad attrici piuttosto carine, come si può vedere nella foto sopra).

L’avevo segnato da tempo nella lista dei film da vedere, ma mi son deciso solo ieri a guardarlo. Devo dire che, nonostante il forte senso di trash e WTF, il film si lascia guardare volentieri e, messi da parte alcuni buchi di trama e i molti elementi inverosimili, il ritmo è piuttosto sostenuto e si arriva ai titoli di coda senza far fatica. Certo, si poteva osare ancor di più o spingere ulteriormente sulla violenza negli scontri finali, ma tutto sommato si tratta di un action carino e interessante.

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“The Hospital”, USA, 2013

Regia: Tommy Golden, Daniel Emery Taylor
Cast: Andrea Collins, Jim O’Rear, April Monique Burril, Robyn Shute, Alicia M. Clark, Amy Boyatt, John Dugan
Genere: horror, erotico, finto snuff
Durata: 95′
Produzione: Contra Film
Budget: 100.000 $

Trama: Attorno al vecchio ospedale di St. Leopold girano strane leggende urbane e gli abitanti di Bridgeport ritengono che sia infestato dalle anime delle vittime che vi furono torturate. Una giovane ragazza si avventura al suo interno per una ricerca scolastica ma, anziché trovare dei fantasmi, troverà Stanley, un corpulento stupratore. Nel frattempo, un gruppetto di ragazzi e ragazze prende parte ad una spedizione investigativa organizzata da una troupe televisiva in occasione di un reality sul paranormale.

Pellicola d’esordio per entrambi i co-registi (uno dei quali, Tommy Golden, capirà subito di non essere portato per fare il regista, mentre l’altro farà qualche altro filmetto) non brilla certo per qualità, sotto nessun aspetto. Già a partire dalla trama, con un gruppetto di ragazze che si avventura all’interno di un ospedale abbandonato per verificare la presenza di spiriti e presenze, è qualcosa che puzza di già visto dopo pochi secondi. Ma, per fare un bel film, non serve per forza di cose una trama originale, se la realizzazione riesce a sopperire alla mancanza di idee nuove. Il problema, ovviamente, è che pure quella fa acqua da tutte le parti, con una realizzazione tecnica penosa e una recitazione dello stesso livello.

La trama, dicevamo, altro non è se non un pretesto per mettere in scena un finto snuff movie, con i tre uomini intenti a seviziare le ragazze catturate, violentandole, strappando loro alcuni denti con le tenaglie, ferendo una di loro e usando un pennello intinto nel suo sangue e nella sua vagina per dipingere una tela, il tutto per il mercato est-europeo (così dirà uno dei tre maniaci). Anche in questo caso, di finti snuff se ne son visti a bizzeffe, ma perché un film simile abbia un minimo di senso, deve puntare su almeno una tra due caratteristiche: 1. la violenza scioccante, mostrata in pieno così da sconvolgere lo spettatore (così come in “A Serbian Film” o un qualsiasi Guinea Pig, “Grotesque” et simila) o 2. il lato erotico, presentando per lo meno delle attrici attraenti e scene di sesso più o meno esplicite. “The Hospital” pecca in entrambe le cose, mostrando raramente le scene più cruente, sia per quanto riguarda le torture, sia per quanto riguarda l’erotismo (molte scene di sesso sono mostrate da dietro le spalle dell’uomo e quindi si vede più che altro il suo culo che si muove). Per non parlare, ovviamente, delle attrici selezionate, che sono quasi tutte parecchio bruttine.

In definitiva, quindi, si tratta di un film brutto, che non rispetta assolutamente ciò che promette in copertina (“creepy”- ok…, “violent” – mmm, ok – “bloody” – meh, “FUN” – dove?) e sfrutta male una trama trita e ritrita, con un cast poco professionale (e, tra tutti, c’è pure John Dugan, il nonno della famiglia di matti nel primo “Non aprite quella porta”), effetti in CGI fatti malissimo (i fantasmi delle vittime nell’ospedale non si possono vedere) e conclude tutto con un finale totalmente sbagliato e assurdo. Se cercate un film divertente, lasciate perdere. Se volete un finto snuff pieno di violenza che vi lasci coi conati, lasciate perdere. Se volete farvi venire il durello e siete amanti del genere ‘rape’, lasciate perdere. Qualsiasi cosa stiate cercando, lasciate perdere, c’è di meglio.

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“Slaughterhouse Slumber Party”, USA, 2019

Regia: Dustin Mills
Cast: Kayla Elizabeth, Erin R. Ryan, Ariel Nicole Jarchow, Roni Jonah, J. Ania Lupa, Haley Madison, Eve Moreau, Alyss Winkler, Reagan Wright, Melissa Sue Zahs
Genere: horror, trash
Durata: 85′
Produzione: Dustin Mills Productions
Budget: 16.000 $

Trama: durante un pigiama party di sole ragazze, una di loro, Gretchen, la nuova arrivata fissata col satanismo, muore in un tragico incidente, non prima di aver effettuato un rito oscuro. Tornata in vita come demone, la ragazza viene uccisa nuovamente e buttata nel lago, ma ritorna ancora una volta, spinta dal desiderio di vendetta e dalla sete di sangue.

Senza accorgermene, sono già arrivato al terzo film di Dustin Mills recensito su questo blog, dopo “Her name was Torment” (2014) e “Applecart” (2015). Questa volta, però, il genere è totalmente diverso e ci troviamo di fronte ad uno slasher che scimmiotta classici dell’horror come “La casa” (1981) o ancor più “The Slumber Party Massacre” (’82) e “Sorority House Massacre II” (1986). Girato con circa 16.000 dollari, raccolti con successo sulla piattaforma di crownfunding Kickstarter, il film rientra nel filone dei b-movie low budget e smorza totalmente i toni, rispetto ai due film sopra citati, aggiungendo colori sgargianti e un umorismo molto più becero.

Il film si apre subito con uno spezzone dal film fittizio “Skelapocalypse” che, nel suo essere esageratamente trash e mal realizzato, finisce per essere -ahimé-, insieme alle carinissime locandine disegnate, la parte migliore di tutta la pellicola, che per il resto mixa in parti uguali 1. scene di pillow fightin’ e pseudo-confessioni a favore di camera che ricordano TANTISSIMO video come “SuicideGirls: Italian Villa” (’06) e “SuicideGirls: Guide to Living” (’10) ~ Anche lì, infatti, c’erano ragazze spesso non bellissime e alternative che cazzeggiavano e si raccontavano, quasi sempre nude o mezze nude ~ e 2. scene horror fatte male e piuttosto scanzonate che ricordano i toni del primo “Evil Dead”.

I rimandi e l’amore per quel genere di horror sono palesi e scaldano sicuramente il cuore dei fan dell’horror, nonostante il film sia chiaramente realizzato male, tanto per quanto riguarda gli effetti speciali in CGI e il trucco, quanto per la recitazione e tutto il resto. Il cast, d’altronde, è composto per metà da ragazze che hanno preso parte a massimo 2-3 film, se non solo a questo, come nel caso di Eve Moreau (l’ubriacona Dolores, nonché la più bruttina di tutte, ovvero quella più a destra nella foto qui sotto). Le altre, invece, hanno recitato in numerose pellicole di caratura simile, spesso incontrandosi più volte tra loro, e alcune hanno lavorato a molti altri film di Mills (Erin R. Ryan, per es., ha recitato in “Applecart”, “Her name was torment 2”, “The Hornet’s Disciple and the Scars She Left”, ecc). Purtroppo, a parte un paio (tra cui proprio Erin R. Ryan e Haley Madison), la maggior parte di loro sono piuttosto bruttine e quindi il fatto che siano nude per la maggior parte del minutaggio non aiuta comunque ad innalzare la qualità dell’opera.

In definitiva, quindi, si tratta di un b-movie che ci può stare durante la classica serata scazzo tra amici, tra uno spinello e un boccale di birra, giusto per farsi due risate e ricordare con nostalgia un certo filone di horror casereccio anni ’80. Oppure ancora, potrà piacere a chi adora proprio questi filmetti fatti male, con tante tette ed effetti ridicoli, per chi professa la filosofia del so bad so good e non cerca nient’altro che un modo per spegnere il cervello per quei 90 minuti, senza altre pretese.

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“The Pig Keeper’s Daughter”, USA, 1972

Regia: Bethel Buckalew
Cast: Terry Gibson, Peggy Church, Gina Paluzzi, Tina Smith, Peter James
Genere: commedia, erotico, hicksploitation
Durata: 92′
Produzione: Boxoffice International Pictures, Pure Gold Productions
Budget: /

Trama: Moonbeam è la figlia del fattore e guardiano di maiali Mr Swyner e adora passare le giornate a chiacchierare col suo maialino preferito. I suoi genitori, però, sperano trovi presto marito, avendo già 19 anni. In realtà, Moonbeam, oltre a parlare col suo animaletto, si diletta anche col bifolco Jasper, che però è più interessato ad un’altra ragazza, Pretty Patty, a cui vorrebbe prendere la verginità. L’arrivo di un rappresentante di prodotti per bellezza, però, sembra ridare speranze alla famiglia Swyner.

Bethel Buckalew cavalca il successo del genere hicksploitation tanto in voga negli anni ’70 e segue la scia del collega Russ Meyer, non riuscendo però a raggiungere il suo livello. L’ambientazione e il mood ricordano molto quelli dei film di Meyer, infatti, ma la pellicola non ha lo stesso umorismo e le stesse strambe gag, contando su una trama talmente risicata da essere un evidente pretesto per mostrare su schermo le numerose scene di sesso, che occupano il 70% del minutaggio.

Scene di sesso riconducibili ovviamente al genere softcore (nonostante si vedano spesso gli organi genitali femminili e, in un paio di scene, anche quelli maschili, non si vede mai una vera penetrazione, nè un primo piano durante il sesso orale). Scene che, nella loro lunghezza, arrivano perfino a diventare quasi noiose, nonostante le quattro donzelle abbiano dei corpi mozzafiato, naturali e prosperosi.

Il risultato, quindi, è una commediola piccante che cerca di tenere il passo dei cult di Russ Meyer & co., ma non riesce nell’impresa, presentando sì tante scene di sesso libero nello stesso ambiente rurale a cui ci hanno abituato gli altri film del filone, ma mancando del mordente e dell’umorismo che riusciva a tenere alta l’attenzione.

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“Evil Night”, USA, 2014

Regia: Chris Seaver
Cast: Josh Suire, Meredith Host, Marilyn Mayson, Heather Maxon
Genere: commedia, horror, remake
Durata: 55′
Produzione: Warlock Home Video
Budget: 2.700$

Trama: Jimmy Fisher è il classico nerd sfigato con una cotta per la compagna di corso Jennifer, che lo sfrutta per farsi aiutare con i compiti. Un giorno Jimmy invita Jennifer a casa sua, per mostrarle lo scantinato/laboratorio in cui si occupa dei suoi esperimenti. Spinta dai suoi amici e dalla sorella di lui, la ragazza accetta e, con la scusa di spogliarsi anche lei, invita il secchione a fare altrettanto, mentre uno dei suoi amici lo riprende di nascosto con una telecamera. Sfruttando un siero di sua invenzione, che gli conferisce poteri telecinetici, Jimmy si vendicherà dei suoi nemici, uccidendoli ad uno ad uno.

Poco da dire. L’originale del 1992 era uno slasher SOV low budget di qualità discutibile ma, nonostante questo, negli anni ha avuto un suo seguito, al punto da spingere Chris Seaver, regista di numerosi b-movie a bassissimo budget, a girarne un remake. La trama riprende esattamente quella dell’originale, con un giovane nerd vessato dalle ragazzate degli amici bulli di sua sorella, che tornerà per vendicarsi, dopo aver ottenuto poteri telecinetici grazie ad una formula di sua invenzione che gli si rovescia letteralmente addosso in seguito ad uno scherzo andato male.

Purtroppo sia il gore sia la sensualità sono a livelli molto bassi. Gli effetti sono a dir poco artigianali, con sangue fintissimo e peni di plastica che non ricordano nemmeno lontanamente quelli veri. Per quanto riguarda le attrici, invece, devo dire che sono stato colpito molto positivamente dal fatto che fossero tutte ragazze molto in carne (cosa che, personalmente, adoro ♥), lontane dagli standard delle classiche fighette di gomma americane. Peccato, però, non aver osato di più: tra loro, infatti, la mora (e la più formosa) è la pornostar Marilyn Mayson, quindi si poteva mostrare qualcosa in più, rispetto ad una scenetta lesbo MOLTO soft tra lei e Olivia Young (che QUI segna come modella glamour, ma che non riesco a trovare sul web) in cui si intravedono giusto le tette, ma in cui le due fanno finta di amoreggiare talmente male da risultare più ridicole che sensuali. Meredith Host, invece, la Jennifer di cui Jimmy è innamorato risulta essere un’artista ceramista che vende i suoi lavori sul web, quindi presumo non abbia avuto gran successo come attrice (nonostante abbia lavorato a molti altri film simili). Peccato, quindi, aver avuto un cast con una fisicità simile, che avrebbe potuto fare la gioia degli amanti delle categorie chubby, ma non averlo sfruttato minimamente per innalzare il loro livello di testosterone (e, insieme a quello, anche altro).

Tutto qui. Davvero poco altro da aggiungere. Il film dura poco (55′, contro i 70′ dell’originale), è girato con un budget ridicolo, ha una recitazione e degli effetti ancor più ridicoli e un senso dell’umorismo così forzato che non fa praticamente mai ridere. Ovviamente lo stile è quello di Seaver, quindi se siete suoi fan, non potrete non adorare anche questo suo lavoro, ma altrimenti fareste meglio a tenervene lontani.

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“A Serbian Film”, Serbia, 2010

Regia: Srdjan Spasojevic
Cast: Srdjan Todorovic, Sergej Trifunovic, Jelena Gavrilovic, Katarina Zutic, Lena Bogdanovic
Genere: horror, thriller, erotico, drammatico, finto snuff
Durata: 104′
Produzione: Contra Film
Budget: /

Trama: Miloš è un attore porno in pensione che si gode la sua vita da padre di famiglia, nonostante i risparmi messi da parte durante la sua intensa carriera inizino a scarseggiare. Un giorno viene contattato dalla sua ex collega Lejla, che gli offre di tornare al suo lavoro, con una proposta che non potrà rifiutare: in cambio di un’enorme cifra di denaro, dovrà semplicemente tornare a girare un unico film porno, di cui però non potrà conoscere la sceneggiatura né nessun dettaglio. D’altronde, chi mai si preoccuperebbe della trama in un film porno, no? Nonostante i dubbi iniziali, vuoi per la nostalgia per il suo lavoro, vuoi per il desiderio di guadagno, Miloš accetta la proposta e firma il contratto del misterioso regista Vukmir. Da quel momento, nulla sarà più sotto il suo controllo e la sua vita cadrà in un vortice di folle violenza.

Opera d’esordio del regista serbo, “A Serbian Film” è sicuramente uno dei film horror più discussi dell’ultimo decennio, vuoi per i temi trattati (pedofilia, necrofilia, violenza sessuale), vuoi per la loro messa in scena. Chi ha un’idea di famiglia in stile Mulino Bianco, farebbe meglio a tenersi lontano da questa pellicola, perché davvero siamo totalmente agli antipodi di qualsiasi idea perbenista. Il regista vero (Spasojevic), così come il regista fittizio (Vukmir), giustifica il tutto con il fatto che il film non sia altro che la rappresentazione della violenza che il popolo serbo subisce da parte dello Stato.

E’ come se ci sentissimo violati dall’autorità, dalle nostre autorità che nel campo politico ed artistico sono così restrettive e mentalmente ristrette da rendere impossibile qualsiasi cosa. Quando vai a svolgere il tuo lavoro regolare, è come se ti stessi prostituendo no-stop. Ecco il perchè della natura pornografica del film: rappresenta qualsiasi lavoro indecente tu abbia mai fatto. E’ un tipo di pornografia perchè ti fai fottere per dare da mangiare alla tua famiglia.” (S. Spasojevic)

Vero o meno, c’è da dire che, per essere il suo film d’esordio, Spasojevic ha fatto davvero un ottimo lavoro, curando con dovizia tanto la regia, quanto le musiche e la fotografia, a cura di Nemanja Jovanov. Molte scene, tra cui quella sopra, con il pavimento a scacchi, o la fellatio praticata a Miloš davanti agli occhi della giovane Jeca (che ricorda negli abiti la piccola Alice nel paese delle meraviglie) o ancora lo stupro (a sua insaputa) ai danni della sua famiglia, con i cappucci rossi che risaltano terribilmente nel grigiore degli ambienti sono qualcosa che resta impresso a lungo nella memoria.

“Eros e Thanatos”, Amore e Morte, qui all’apice della loro definizione. L’amore enorme di Miloš per la sua famiglia e per il suo lavoro. Il sesso, quello che viene mostrato più e più volte durante il film, mai nell’accezione di amore, ma sempre con lavoro (prima) e ferocia (poi). La morte e la violenza che esplodono nella seconda metà del film, in gran parte vissute dal protagonista totalmente fuori di sè per colpa delle droghe e da noi spettatori grazie a flashback inseriti con molta astuzia dal regista, dandoci un maggior senso di sofferenza, poiché li osserviamo una volta che sono già avvenuti, tramite le cassettine estratte dalle telecamere, con tutte le conseguenze psico-fisiche che ne derivano. Sesso e morte che si uniscono in un frullatore di violenza senza pari, come nella scena di stupro col machete, in quella ai danni della sua famiglia (vedi sopra) o -ancora peggio- in quella che supera perfino i confini della pedofilia, mostrando lo stupro di un neonato, estratto pochi secondi prima dalla madre che sorride mentre il carnefice penetra il sangue del suo sangue, tra gli strilli del bimbo morente, mentre Miloš osserva inorridito e Vukmir esulta “NEWBORN PORN!”. CAPOLAVORO!

Secondo film serbo che mi trovo a recensire qui, dopo il drammatico docu-film “KLIP” (2012), che però ho visto dopo. Vidi questo film nel 2010/11, ma ho sempre voluto rivederlo. Mi ci son voluti ben 10 anni per dedicargli una seconda visione e ammetto che ero spaventato potesse deludermi, visto che la prima volta ne ero uscito estasiato. Invece no, nonostante il suo 5.1/10 su imdb e i tantissimi detrattori, trovo questo film ai limiti della perfezione. Superato un inizio lento, che potrebbe far temere il peggio, una volta ingranato il ritmo, il film ci trascina in un vortice di follia e violenza con pochi rivali. Certo, esistono film che premono maggiormente l’acceleratore sulla violenza, con squartamenti, uccisioni brutali e scene splatter, ma qui siamo di fronte a tutt’altro genere di violenza e, davvero, sarà difficile cancellare dalla memoria certe scene.

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“Rape Zombie: Lust of the Dead” Saga, Giappone, 2012/14

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Regia: Naoyuki Tomomatsu
Cast: Yui Aikawa, Asami, Saya Kobayashi, Rina Aikawa, Alice Ozawa, Fuzuki
Genere: horror, ecchi, commedia, sci-fi
Durata: circa 300′ in totale
Produzione: Gensou haikyuu-sha Ltd, Laughter, New Select, Outside
Budget: /

Trama: La popolazione maschile si è tramutata in zombie violentatori di donne. Dopo il rapporto, trasmettono loro un virus mortale attraverso l’eiaculazione, che le uccide all’istante. L’unico modo per sconfiggerli è mozzare il loro membro. Alcune ragazze scampate ai primi attacchi si barricano in un tempio, dove incontrano un prete otaku, ma è solo questione di tempo prima che gli zombi arrivino anche lì. Nel frattempo, gli otaku, unici maschi immuni al virus (in quanto privi di istinti sessuali), si riuniscono in una “setta” misogina, l’Impero di Akiba, mentre le donne formano un’alleanza militarizzata chiamata “le Amazzoni”.

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I protagonisti del primo film (a sx). Un Cyborg inviato dagli USA e il Professore (a dx)

Dopo aver co-diretto (insieme a Yoshihiro Nishimura, autore del celebre “Tokyo Gore Police“) “Vampire Girl vs. Frankenstein Girl” e un mucchio di altre pellicole porno e pinku-horror, nel 2012 Tomomatsu si dedica a questa saga che unisce in sè un’accozzaglia enorme di generi e idee, anche piuttosto interessanti, per un prodotto simile. Ovvio, non stiamo parlando certo di un film da Oscar, ma si poteva tranquillamente fermare all’urgenza di mostrare tante ragazzine stuprate dagli zombie, come da titolo, e invece – insieme a Jirô Ishikawa – tira fuori dal cilindro racconti mitologici (tra i tanti, si parla del mito della Creazione, con Izanagi e Izanami), religiosi (Adamo e Lilith), scientifici (si parla di DNA, di cromosoma Y, di riproduzione animale e partenogenesi, ecc), con elementi fantascientifici (i balzi temporali di Nozomi ricordano MOLTISSIMO quelli di Rintaro Okabe in “Steins;Gate”, anche se lei per farli utilizza un vibratore triplo e non un microonde), teoria del Karma e chi più ne ha più ne metta. C’è anche un riferimento al Messia, quando la giovane Momoko rimane incinta a causa del liquido preseminale di uno zombie e partorisce un essere superiore (ed ermafrodita), Akira, che verrà idolatrato tanto dall’Impero di Akiba, quanto dagli zombie. Poi ci sono gli otaku, con maglietta moe e kimono rosa shocking, delineati come veri sfigati, misogini, riuniti in una setta, che danno la colpa di tutto alle donne 3D e vogliono sterminarle, sguinzagliando contro di loro zombie addomesticati. C’è un esercito di donne armate che forma la resistenza e che inizia a sfogare i propri desideri sessuali al suo interno. C’è una dottoressa che cerca di trovare una spiegazione e una cura al morbo, ma finisce anch’ella per cedere ai suoi appetiti. C’è un Professore che, oltre a dilungarsi in lunghi pipponi filosofico-scientifici, parla di evoluzione della specie. Non si può dire che, come in molti altri prodotti simili, la sceneggiatura sia stata trovata dentro un biscotto della fortuna.

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L’Impero di Akiba (a sx) e due Amazzoni che amoreggiano (a dx)

Purtroppo, se le idee sono tante, variopinte e anche piuttosto interessanti, specie per un prodotto simile, lo stesso non si può dire del modo in cui vengono portate su schermo. Mentre in prodotti precedenti (come il succitato “Tokyo Gore Police“) gli effetti sono sì molto artigianali, ma strappano più di qualche sorriso per la loro genuinità, qui TUTTO (o quasi) è davvero inguardabile. A partire dalla recitazione (che, vabbè, in questo genere di film lascia sempre piuttosto a desiderare, trattandosi per lo più di attrici prese in prestito dal mondo del porno) fino ad effetti speciali che neanche negli anni ’30 e make-up che perfino al Carnevale del peggior paesino al mondo lo fanno meglio. Per carità, non si pretende il livello di “Avengers: Endgame“, e il tutto può essere giustificato dal fatto che il budget sicuramente irrisorio è dovuto bastare per ben 5 film (6 se si tiene conto anche dello spin-off “Rape Zombie Side-Story: Hardcore of the Dead“). Ma veramente, alcune scene (in primis le armi della bionda robot: fiamme, laser, elettroshock) sono totalmente inguardabili. Anche se, forse, guardandola nell’ottica del so bad is so good a qualcuno potrebbe anche piacere…

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Takashi, l’unico zombie superdotato. Questo al Nemesis je fa ‘na pippa.

Anche per quanto riguarda l’erotismo, purtroppo, si poteva fare di (molto) meglio. Le attrici non brillano per bellezza e si conta più sulla quantità (di ragazze, non di forme, ahimé) che sulla qualità. E, ancora una volta purtroppo, la pellicola non osa mostrare più di tette e culi (quindi non si vede MAI un organo genitale, nè maschile né femminile, se non il fallo quadruplo stile “Stranger Things” del mostruoso Takashi) e il più delle volte anche le scene di sesso risultano più grottesche e ridicole che realmente eccitanti (a parte, forse, un paio di scene lesbo qui e lì). A mio punto di vista, avendo a disposizione un cast di JAV-actress, si poteva puntare più in alto e osare di più.

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Alice Ozawa, Asumi, Saya Kobayashi e Megu Fujiura

In definitiva, “Rape Zombie: Lust of the Dead” è un prodotto che parte da idee interessanti e poteva rivelarsi un cult memorabile, ma finisce per voler intraprendere troppe strade diverse, coinvolgendo troppi generi, senza però eccellere in nessuno di essi. Non fa paura, non eccita mai più di tanto e spesso non riesce nemmeno a far ridere come dovrebbe. E questo, purtroppo, è un vero peccato, perché non si tratta nemmeno di qualcosa da gettare nel dimenticatoio, in quanto la trama è molto articolata e ricca di spunti che avrebbero potuto essere sfruttati meglio e che, se coadiuvati da una resa grafica leggermente più valida, avrebbero permesso alla saga di fare realmente il botto.

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Tante tette (piccole), qualche culo, ma niente più.

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Tanto sangue finto ed effetti speciali inguardabili.

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Giudizio finale: 5.5/10

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“Evil Toons – Non entrate in quella casa”, USA, 1992

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Regia: Fred Olen Ray
Cast: David Carradine, Dick Miller, Monique Gabrielle, Madison, Barbara Dare
Genere: horror, commedia, b-movie
Durata: 90′
Produzione: American Independent Productions, Curb/Esquire Films
Budget: 140.000 $

Trama: Quattro ragazze accettano un lavoretto in cambio di 100 dollari: dovranno ripulire una casa disabitata prima dell’arrivo dei proprietari. Dopo dopo il loro arrivo, un uomo misterioso consegna loro un libro. Una delle ragazze maldestramente pronuncia la formula magica al suo interno, riportando in vita un demone, che si materializza sotto forma di cartone animato. Il demone violenta una delle ragazze, entrando nel corpo della sua vittima e trasformandola in una sexy demone.

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David Carradine voyeaur (a dx) e il libro maledetto (a sx)

Fred Olen Ray è uno dei registi di b-movie più proficuo nella storia del cinema (tanto che su imdb annovera la regia per ben 159 film, al 2020). A lui si devono film come “La tomba” (’86), “Alienator” (’89), “Scream Queen Hot Party” (’91) e “Dinosaur Island” (’94). Dopo il successo del celebre “Chi ha incastrato Roger Rabbit” (’88), nei primi anni ’90 iniziarono a girare alcuni film in tecnica mista (i primi che mi vengono in mente sono “Cool World” aka “Fuga dal mondo dei sogni” del ’92 con Brad Pitt e Kim Basinger e “Pagemaster” del ’94 con Macaulay Culkin), per cui il nostro Fred offre il progetto a Roger Corman chiedendogli di girare il film con 250.000 $. Questo rifiuta, dicendo che il budget era troppo basso, e quindi Fred gira il film in soli otto giorni con 140.00 $. I risultati, ahimé, si vedono tutti.

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Il mostro animato, davvero cheap e poco spaventoso, purtroppo.

Il mostro animato, che avrebbe dovuto essere il piatto forte della pellicola, infatti è davvero bruttino e ha un character design poco originale, oltre a vedersi per forse 2 minuti in tutto il film e dire giusto qualche parola, come “Mmm… belle tette!“. La palla viene lasciata, quindi, in mano alle 4 ragazze, che tra balletti, spogliarelli e scene davanti allo specchio, riescono a tenere alto l’interesse (e non solo) degli spettatori (maschi). Il resto è un b-movie molto banale, ma che riesce a intrattenere senza annoiare per tutta la durata. E che non si vergogna di citare (o copiare a man bassa) alcuni cult dell’epoca, in primis “La casa” con la scena della lettura dello pseudo-Necronomicon o l’autocitazione di Dick Miller che, guardando un suo film alla tv (“A bucket of blood“, di Corman), dice: “A quest’attore avrebbero dovuto dare l’oscar!“).

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Dovrebbero essere 4 studentesse, ma la prima avrà 40 anni. Monique le batte tutte, cmq ♥

Non male la scelta delle attrici, con 2-3 pornostar dell’epoca, tra cui l’intraprendente Madison Stone (pornostar con all’attivo più di 140 film, ma due tettine rifatte male e davvero troppo distanti tra loro), Barbara Dare (altra importante pornostar anni ’80) ma soprattutto la sensualissima Monique Gabrielle, modella di Penthouse apparsa in molti b-movie negli anni ’80-’90, tra cui “Bachelor Party” (’84) e “Emmanuelle 5” (’87). Peccato solo che l’unica praticamente sempre a tette al vento sia Madison (la peggiore delle 4), mentre a Monique sia stato assegnato il ruolo della secchiona/timida, che scappa quando la più zozza le fa i complimenti sulle forme generose, regalando l’unica scena di topless mentre si ammira allo specchio, prima di mettersi una magliettona larga che nasconde tutto quel ben di Dio. Per il resto, niente da aggiungere, classico b-movie in pieno stile primi anni ’90, perfetto per una serata all’insegna della spensieratezza (e, visto oggi, della nostalgia per quel periodo) e poco altro.

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Moltissime scene di topless e poco altro.

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Giusto un po’ di sangue ma niente di splatter.

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Giudizio finale: 6-/10

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“Beneath the Valley of the Ultra-Vixens”, USA, 1979

Regia: Russ Meyer
Cast: Kitten Natividad, Ann Marie, June Mack, Uschi Digard
Genere: commedia, erotico
Durata: 93′
Produzione: Russ Meyer
Budget: 240.000$

Trama: Cittadina del sud-ovest degli Usa. Un narratore ci racconta dei gusti sessuali degli abitanti. Cercando di recuperare il rapporto col marito Lamar, sempre assorto nei suoi studi, Lavonia tenta la carta della disperazione e – con l’aiuto di una parrucca e di un forte accento messicano – si trasforma in “Lola Langusta”, torrida stripper in grado di resuscitare anche i morti. Il trattamento si dimostra efficace, ma i guai della sgangherata coppia non sono per niente finiti…

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E’ innegabile che Meyer abbia un debole per le GRANDI doti.

Ultimo vero film del regista indipendente Russ Meyer, che successivamente annunciò il suo ritiro dalle scene, ma tornò nel 2001 con il documentario “Pandora Peaks“, prima di ritirarsi realmente a vita privata, schiattando tre anni dopo, nel 2004, alla veneranda età di 82 anni. Devo dire di aver sempre avuto una certa simpatia per il caro vecchio Meyer per via dei suoi gusti in quanto a (giunoniche) bellezze, da quando vidi “UP!“, ma già “Supervixens” mi aveva un po’ deluso. Questo suo testamento è stato il colpo di grazia.

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Il faccione della “bella” Lavonia (Kitten Natividad)

Se il primo eccelleva per quanto riguarda il suo aspetto folle e bizzarro, con una versione omosessuale di Hitler, il coro greco e tanto altro, e il secondo aveva dalla sua una buona dose d’azione, questo ultimo film è la classica commedia erotica con una trama fin troppo risicata, mero pretesto per mostrare tette, fighe e cavalcate frenetiche. Purtroppo, però, neanche l’aspetto gnocca eccelle, con una Kitten Natividad che sembra abbia una maschera di cera sul viso, da quanto è lucida, June Mack dalla pelle d’ebano che sembra abbia esagerato con la chirurgia plastica, mostrando un viso sfigurato e due poppe che sembrano sul punto di esplodere, così come quelle della speaker radiofonica interpretata da Ann Marie. Certo, la gnocca è sempre gnocca, ma in altri film il nostro Russ aveva saputo fare di meglio.

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Le altre: Ann Marie, June Mack, Uschi Digard

Nonostante i buoni incassi, la critica non apprezzò il film, bollandolo come «un godimento per ritardati mentali, sessualmente impotenti e stupidi» e bisogna dire che, nonostante il solito stile scanzonato ma intelligente di Meyer, il film è davvero una commediola di poco conto, buona giusto per una serata tra amici, magari un po’ alterati da fumo e alcool, perché, per il resto, ha ben poco altro da offrire…

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Tante tette (quasi tutte finte), pelo e un paio di peni

SANGUE

É una commedia softporn, quindi niente sangue.

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Giudizio finale: 2.5/10

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“UP!”, USA, 1976

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Titolo italiano:Le deliranti avventure erotiche dell’agente speciale Margò
Regia: Russ Meyer
Cast:  Edward Schaaf, Robert McLane, Elaine Collins, Candy Samples, Raven De La Croix
Genere: Sexploitation, erotico, commedia, thriller
Durata: 80′

Trama: Adolph Schwartz, neo-nazista sosia del celebre Hitler, dopo essersi trastullato con alcune pratiche sadomaso, viene brutalmente assassinato da un misterioso killer. Il giorno successivo, la formosa Margò giunge al paese e, per difendersi da un violentatore, finisce per ucciderlo. Lo sceriffo Homer assiste alla scena e, in cambio di una falsa testimonianza, pretende da lei dei favori sessuali, che portano Margò a diventare la sua donna e lui a trovarle un lavoro alla tavola calda di Alice e Paul…

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Il sosia (?) sodomita di Adolf Hitler.

Russ Mayer, si sa, è un amante delle tettone. Una volta disse “Dirigo solo film che trattano di tette. Tette ovunque” e questo film ne è la dimostrazione. Uno dei suoi ultimi lavori (penultimo film, a chiudere una carriera iniziata negli anni ’40) è praticamente un elogio al seno abbondante e al sesso visto con passione e leggerezza e racchiude molte delle passioni e dei topoi del regista americano, a partire dall’abbondanza di pin-up maggiorate alla presenza di alcune scene splatter, dal lesbismo allo stupro, passando per alcune citazioni horror (“Psyco” e “Non aprite quella porta“, in primis) e un pungente humour nero. Il sesso è naturalmente il tema principale e risulta evidente già dal titolo originale, “Up!, chiaro riferimento al membro eretto, visibile già nel font della U a forma fallica.

 

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Il coro greco, narratrice essenziale.

La sceneggiatura è alquanto folle, specie all’inizio, con la scena delle torture sadomaso di Adolph Schwartz, tra frustate e umiliazioni, terminate poi da un vero e proprio amplesso sodomita, fino alla sua morte a causa di un piranha gettato nella sua vasca da bagno. Segue poi un indagine per trovare l’assassino del sosia di Hitler, mascherato da semplice vita quotidiana, tra inseguimenti, servizi alla tavola calda di Alice, sesso nei boschi e stupri. A cercare di mettere un po’ di chiarezza in una trama non sempre comprensibilissima ci pensa il Coro Greco, la nuda Kitten Natividad, in un linguaggio aulico che aiuta ben poco.

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Una delle tante inquadrature seno-centriche

Il ritmo è piuttosto veloce e, nonostante spesso ci si perda un po’ nel vano tentativo di comprendere la trama insulsa, il film scorre molto veloce, tra un accoppiamento e il successivo, veri e propri cardini della pellicola. Naturalmente, non trattandosi di un film porno, le inquadrature sono sempre in stile vedo-non vedo (o da molto lontano o, al contrario, zoomate su seni e primi piani che non lascino vedere la penetrazione vera e propria), nonostante vengano ripresi più e più volte i folti cespugli delle attrici. Non si può dire manchi nemmeno l’azione, con scazzottate, qualche colpo di pistola e un paio di personaggi colpiti da un’ascia (che, magicamente, si rialzano e continuano a correre come se niente fosse, lol). E, sul finale, per chi è riuscito a seguire abbastanza la trama, arriva anche un mezzo colpo di scena, quando viene rivelata l’identità e il movente del killer.

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Elaine Collins, Kitten Natividad e Raven De La Croix ♥

Il vero punto forte della pellicola è senza ombra di dubbio la quantità e la qualità di attrici formose da capogiro. Per chi, come me, ama le forme abbondanti e assolutamente naturale, questo film è una vera manna: Raven De La Croix, Kitten Natividad (compagnia di vita di Meyer per ben 15 anni), l’eburnea Elaine Collins (che purtroppo ha soltanto un ruolo marginale, ma è la mia preferita), il cammeo della giunonica Candy Samples (che nasconde il viso con una maschera di latex, ma lascia ben vedere i suoi enormi meloni) e tante altre. Nel film non c’è una sola donna che sia piatta o che compaia vestita per più di 5 minuti. Non si può parlare di vero e proprio maschilismo, però, perché le protagoniste sono tutte donne e gli uomini sono per lo più macchiette negative.

Non si può certo dire che “Up!” sia un capolavoro del cinema internazionale ma, se approcciato con la giusta consapevolezza dello stile e del genere (e della tettomania di Meyer), si rivela una vera e propria ventata d’aria fresca, grazie alla trama a tratti surreale e alla presenza di splendide giunoni in carne (tanta) e ossa (poche), impegnate in una moltitudine di scene erotiche, sempre divertenti e mai volgari. Una vera chicca.

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Praticamente un porno soft-core di big naturals.

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Un paio di colpi di ascia e qualche stupro…

stelle-3.5

Giudizio finale: 7/10

 

 

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