“The Virgin Psychics”, Giappone, 2015

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Altri titoli: Las vírgenes psíquicas” (Argentina), “Eiga: minna! Esupâ da yo!” (Giappone)
Regia
: Sion Sono
Cast: Mika Akizuki, Tokio Emoto, Motoki Fukami
Genere: commedia, ecchi
Durata: 114′
Produzione: TV Tokyo
Budget: /

Trama: Yoshiro è il classico studente giapponese, timido e impacciato. Una notte, mentre si masturba pensando alla ragazza dei suoi sogni, la Terra viene colpita da strani raggi cosmici, i quali gli conferiscono il potere di sentire i pensieri delle altre persone. Una volta a scuola, Yoshiro scopre che anche alcuni suoi compagni e amici hanno ricevuto gli stessi doni. Sembra che tutte le persone che si stavano masturbando mentre i raggi colpivano la Terra abbiano dei particolari poteri paranormali, detti “ESP”. Non tutti gli ESPer saranno buoni ed è per questo che Yoshiro e i suoi amici cercheranno di salvare la Terra dalla minaccia rappresentata dagli ESPer malvagi attraverso i loro poteri.

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La squadra dei buoni al completo.

Sion Sono è un regista famoso in tutto il mondo per il suo stile stravagante, capace di produrre tanto film più seri e deprimenti come “Suicide Club”, quanto pellicole più scanzonate come questa o “Love Exposure”. Pur mantenendo stilemi tipici della sua personalità, come la solita denuncia al sistema giapponese, Sono stavolta si diletta in una commedia demenziale, intrisa di elementi sci-fi (i superpoteri), sempre mantenendo i suoi topoi (il voyeurismo, ragazze conturbanti dall’identità indefinita e misteriosa, uomini-otaku feticisti, ecc…).

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Mi ha ricordato uno sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo.

A livello tecnico, Sono ha fatto un ottimo lavoro, con una buona regia (piuttosto semplice, senza eccessivi guizzi di genio, a dire il vero) e una buona fotografia. A livello attoriale, ci sono alti e bassi, con protagonisti ben caratterizzati e molte comparse messe lì più per la loro bellezza che per le loro doti recitative. Anche per quanto riguarda gli effetti speciali, Sono ha saputo dosarsi in modo da non esagerare con effettacci mediocri, ma usandoli giusto in un paio di occasioni (principalmente per due superpoteri: il teletrasporto e la telecinesi).

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E chi non la vorrebbe una professoressa così?

Un applauso a Sono va fatto sicuramente per la scelta del cast, che tanto ricorda le commediole italiane anni ’70, con personaggi maschili dai tipici tratti da “sfigato/segaiolo” e attrici sensuali. Peccato, però, che nonostante molte di queste siano gravure idol che hanno più volte messo in mostra le loro grazie (Megumi Kagurazaka, moglie di Sono, in primis. Basta cercarla su Google per trovare un’infinità di sue foto totalmente nuda), il film -forse per rientrare nel range dei film adatti a tutti o per semplice scelta stilistica di Sono- non mostra nemmeno mezza tetta, preferendo limitarsi a scene in bikini o in abiti succinti. Inutile dire quanto questo sia un peccato, specie in un film che basa tutto sull’erotismo e sul voyeurismo come questo.

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Sto film aveva enormi possibilità, purtroppo sprecate.

Per certi versi, il film mi ha ricordato il cinese “The 33D Invader”, con i suoi protagonisti sfigati e le belle ragazze, oltre agli elementi paranormali. Se siete amanti dei manga/anime ricchi di fanservice o se amate il genere e Sono, sicuramente il film merita un’occhiata. Non sarà un capolavoro, ma grazie al ritmo veloce e scanzonato, si arriva tranquillamente al finale senza annoiarsi.

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Tante ragazze sexy, ma neanche una tetta fuori.

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Zero violenza. Zero sangue. E’ una commedia.

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Giudizio finale: 6/10

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“Applecart”, USA, 2015

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Altri titoli: /
Regia
: Dustin Mills
Cast: Joni Durian, Allison Egan, Haley Madison
Genere
: horror, indie, black comedy
Durata: 57′
Produzione: Dustin Mills Productions

Budget: /

Trama: Quattro brevi storie, accomunate dal tema dell’abuso casalingo: 1. un padre che, anziché soddisfare la moglie, preferisce spiare la figlia che si trastulla con un’amica. 2. un vecchio disabile viene assistito da una badante senza scrupoli. 3. una ragazza che si scopre incinta viene punita dal padre troppo religioso. 4. un operaio innamorato di una collega è troppo timido per dichiarsi, finché un giorno ci prova ma subito lei sparisce misteriosamente…

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Ad ogni storia, ci vengono presentati i protagonisti.

Secondo film di Mills che mi capita di vedere senza sapere fosse dello stesso autore di “Her Name was Torment” (che non mi era piaciuto molto). Il regista è uno dei più apprezzati e prolifici, per quanto riguarda il mondo dell’horror underground. Stavolta il suo lavoro si è concentrato su una sorta di parodia delle commedie mute anni ’30, che è al contempo una denuncia al peccaminoso presente della società, così avvezza a tematiche scottanti, da riderci sopra. E infatti il film altro non è che una sorta di black comedy che mostra scene di violenza domestica in modo scherzoso, con una mimica quasi demenziale e risatine posticce.

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“Figlia” si trastulla con la sua migliore ‘amica’.

Everyone wears masks”. Con questa frase che apre il film, Mills da una giustificazione al fatto che non vedremo MAI in volto gli attori, cosa che, se da una parte da un tocco di originalità e necessità cmq di una buona mimica che permetta di rendere chiaro ciò che sta a avvenendo senza alcuna espressione, può benissimo essere stato un semplice espediente per nascondere le scarse doti recitative del cast (composto da nomi sconosciuti). C’è da dire, però, che la cosa funziona e, unita alle risate in stile sitcom anni ’70 che accompagnano situazioni tutt’altro che comiche (stupri, umiliazioni, omicidi), crea un’atmosfera piuttosto grottesca.

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Chi apprezza i corpi imperfetti (io), andrà a nozze.

Il film è composto in gran parte da scene di nudo (talvolta anche di sesso, etero e lesbo), quindi chi cerca tette e culi sarà sicuramente soddisfatto (nonostante i corpi mostrati siano imperfetti e quindi non faranno impazzire chi ama le bellezze più patinate). Meno soddisfatti, invece, saranno coloro che cercano violenza e gore, in quanto la pellicola preferisce soffermarsi maggiormente sulla violenza psicologica (in primis le umiliazioni ai danni dell’anziano infermo), pur mostrando qualche breve scena di lieve impatto.
Devo dire che, contrariamente a molti pareri positivi letti sul web, a me il film non è piaciuto molto. Non apprezzo il genere e avrei preferito qualcosa di più spinto, almeno per quanto riguarda la violenza. C’è da dire che, però, il film scorre via veloce, quindi -nel caso, come a me, non vi piacesse granché- almeno non porta via tanto tempo.

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Per il 75% del film son tutti nudi.

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La violenza è più psicologica, ma anche fisica.

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Giudizio finale: 4.5/10

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“Dinosaur Island”, USA, 1994

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Altri titoli: La isla de los dinosaurios” (Spagna), “Το Νησί των Δεινοσαύρων” (Grecia), “Jurashikku amazonesu” (Giappone)
Regia
: Fred Olen Ray, Jim Wynorski
Cast: Ross Hagen, Richard Gabai, Antonia Dorian, Becky LeBeau, Robin Chaney
Genere: avventura
Durata: 85′
Budget: 190.000 $

Trama: Una squadra militare di cinque uomini sta sorvolando l’oceano, quando l’aereo precipita su un’isola apparentemente deserta. Qui i cinque uomini vengono attaccati da un dinosauro, che viene però messo in fuga da una tribù di donne primitive locali. Condotti al villaggio, i soldati vengono scambiati per divinità, a causa del tatuaggio di uno di loro, che compare su un’antica pergamena, e viene chiesto loro di sconfiggere “The Great One”, un grande tirannosauro che incute timore in ogni altra creatura sull’isola.

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L’arrivo dei militari sull’isola.

E’ da quando ero piccolo e vidi “Mia moglie è una bestia” (con Massimo Boldi ed Eva Grimaldi) che ho un debole per i b-movies con le donne primitive, anche se credo di averne visti giusto un paio. Quindi, quando ho trovato per caso questa pellicola, non potevo fare a meno di iniziare la visione. Per quanto sia un tema abusato che non ha mai portato a nulla di sconvolgente, quindi, la combo “isola deserta + dinosauri + ragazze primitive in bikini” mi accende una lampadina che, purtroppo, i due registi sono riusciti a spegnere molto pesantemente. Registi che, secondo imdb, hanno all’attivo più di cento pellicole ciascuno (chi è quel pazzo che darebbe anche un dollaro a gente così? Mah…).

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Le prime ragazze avvistate dai nostri.

Gli effetti speciali, purtroppo, ricordano MOLTO da vicino quelli dei primi film sui dinosauri degli anni ’20/’30, con ovvi risultati tragicomici, dal momento che visti quasi un secolo dopo non fanno certo un bell’effetto. Anche se, ammetto, che i dinosauri strappano più di un sorriso, per la loro buffa goffaggine e, nel caso fosse tutto voluto e non solo un problema di low budget, potrebbe anche starci. Ciò su cui proprio non si riesce a transigere, però, è la recitazione penosa delle attrici di sesso femminile, che sembrano dei manichini mono-espressivi. Ok, dei bei manichini (neanche troppo, ahimé), ma del tutto incapaci di mostrare alcun coinvolgimento con quanto avviene sullo schermo.
Altro punto debole della pellicola è il fatto che praticamente tutto è a dir poco inverosimile. Giusto per fare un paio di esempi: i militari (delle vere e proprie macchiette) arrivano su un’isola sconosciuta, incontrano delle donne primitive (solo donne. Come si riproducono?) e queste non solo parlano fluentemente inglese, ma sanno anche leggere; il più nerd dei soldati crea un pesticida mischiando alcuni flaconi; in una scena una specie di t-rex ulula al tramonto (ulula, sì, con la registrazione audio di un lupo!), mentre uno pterodattilo fa il verso di una cornacchia; le ragazze son tutte mediamente fighe e, come se non bastasse, trombano beatamente con gli sfigatissimi naufraghi (ok, questo potrebbe anche essere giustificato dal fatto che sono i primi uomini che vedono e quindi non hanno un metro di paragone, ma certe cose purtroppo accadono solo nei film).

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La scena si commenta da sola, ahimé.

Anche il lato erotico, l’unico che in fin dei conti poteva salvare una pellicola simile, lascia alquanto a desiderare. Se è vero che per la maggior parte del tempo sono sempre presenti una manciata di ragazze piuttosto carine in bikini, non è che poi facciano chissà cosa, oltre ad agitare le loro lance e urlare come delle forsennate. Da buon softcore, anche le scene di sesso (tre), durano meno di un minuto ciascuna e lasciano giusto vedere le tettine delle protagoniste, risultando -tra l’altro- molto poco eccitanti, forse a causa della controparte maschile ai limiti del grottesco.

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La cura con acqua termale e sesso.

Sicuramente nella top3 dei film fatti peggio che abbia mai visto, eppure non mi è dispiaciuto. Come ho letto altrove, è un film consigliato a quelli che adorano i film “So bad it’s good”. Dalla recitazione agli effetti speciali, passando per la trama, non si salva davvero nulla. Ma è tutto talmente goffo e fatto male, da risultare quasi piacevole. Se ci aggiungiamo le belle tettine delle selvagge, poi, basta tirar fuori una confezione di birre e via.

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Qualche tetta qua e là e tre scene softcore.

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Nulla di spaventoso. A parte effetti e recitazione.

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Giudizio finale: 4/10

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“Pirates II: Stagnetti’s Revenge”, USA, 2008

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Altri titoli: Piratas II: La venganza de Stagnetti” (Venezuela)
Regia
: Joone
Cast: Jesse Jane, Evan Stone, Belladonna, Sasha Grey, Katsuni, Shay Jordan
Genere: porno, avventura
Durata: 138′
ProduzioneDigital Playground
Budget: 8.000.000 $

Trama: 1763. Il capitano Edward Reynolds è fiero della sua vittoria contro il pirata Victor Stagnetti e continua a salpare i mari con la sua ciurma, arricchita da nuove presenze, tra cui Ai Chow, sorella di Wu, e Olivia, cugina di Serena. Quest’ultima è ricercata dal governatore della Giamaica, che vuole impiccarla per il reato di pirateria, così, su richiesta della cugina, la ciurma parte per Kingston. Qui riescono a convincere il governatore a concedere la grazia a Serena, in cambio di una perla azzurra, rubata dai pirati dell’imperatrice Xifeng…

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Parte del ricco cast femminile…

Ebbene sì. Secondo lungometraggio porno che vedo e che guardo PER la trama e non per le scene di sesso. Consapevole o meno, la Digital Playgrounds è riuscita a creare una saga davvero appassionante, con personaggi carismatici a cui si finisce presto per affezionarsi, un’ambientazione molto piacevole e una trama che non annoia mai. Certo, i richiami alla saga de “I Pirati dei Caraibi” sono fin troppo evidenti, tra pirati, scheletri e mostri marini, ma il film si lascia guardare con piacere.

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Come da tradizione non mancano le scene lesbo

Il budget è otto volte più grande rispetto al predecessore e questo ha permesso un cast più importante e ricco (Katsuni e Sasha Grey sono dei nomi di prim’ordine), oltre a scenografie davvero ben fatte e un maggior utilizzo della CGI che, tranne in alcuni frangenti (come il verme divora-uomini e le due scene in cui Olivia è ricreata al computer), non è affatto male.

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Gran parte degli effetti sono più che decenti!

Come nel predecessore, il film è ovviamente ricco di scene di sesso (più di una dozzina, tra cui 2-3 scene lesbo), che durano circa 5′ e compaiono dopo circa 10′ di scene “normali”. I produttori probabilmente hanno captato le mie lamentele riguardo la sola presenza di attrici rifattissime nel primo film (Jesse Jane, che resta anche qui l’attrice principale e che ha più scene di sesso di chiunque altro, ne è un chiaro esempio), perché hanno aumentato la percentuale di attrici naturali, anche se queste ultime sono tutte praticamente piatte (ma, si sa, di attrici formose naturali, in quell’ambiente patinato, ce ne sono pochissime). La migliore novità è sicuramente Shay Jordan, americana di origini filippine, con il fisico più naturale di tutte e con un ruolo (quello della sorella di Wu, ninfomane e appiccicosa!) che strapperà più di qualche risata. Molto brava anche Belladonna, che dimostra doti recitative (nelle scene “normali”) piuttosto buone. Come detto per il primo film, a livello fisico a me questo genere di attrici non dice granché ed è proprio questo il motivo per cui praticamente non mi sono mai avvicinato al porno commerciale americano.

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Fortunato il nostro Edward…

Lo ammetto: questa saga mi ha preso molto e ammetto di essere dispiaciuto non sia stato girato un terzo capitolo. Il pavido e maldestro capitano Edward, la sua seconda Jules (segretamente innamorata di lui), il piagnucolone Marco e tutti gli altri personaggi restano sicuramente impressi e bisogna dire che il film ha il suo perché anche privato delle scene porno, tanto che in commercio esiste una versione softcore privata di esse. Non ho visto altri lungometraggi erotici, per cui non posso fare comparazioni, ma sicuramente è un film che va promosso a pieni voti e tiene alta l’asticella del genere. E non solo quella.

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Tanto sesso e tante tette, ma rifatte o minuscole.

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Poco sangue e qualche mostro in CGI.

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Giudizio finale: 7+/10

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“Oppai Chanbara”, Giappone, 2008

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Altri titoli: “Chanbara Striptease” (UK), “Striptease Samurai Squad” (USA)
Regia
: Akira Hirose
Cast: Ruru Anoa, Mina Asa, Yôichi Matsuda
Genere
: fantasy, avventura, ecchi
Durata: 106′
Produzione: /
Budget: /

Trama: Dopo la morte della madre, la ventenne Lily vive con la nonna e si prepara ad essere eletta come successore della letale arte Sayama Hasin-ryu, che si trasmette nei secoli da donna a donna. Durante il rituale di iniziazione, Lily perde i sensi e si risveglia magicamente 300 anni nel passato, in un piccolo villaggio rurale, minacciato dai ninja della perfida Miss Okinu.

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La protagonista, Lili.

Filmetto samurai-erotico di bassissima lega, brutta copia di “Oneechanbara: the Movie”, con una trama irrisoria e un look che ricorda da vicino una puntata qualsiasi dei vecchi telefilm per ragazzi (alla “Xena” o “Power Rangers”), non fosse per i continui spogliarelli delle due attrici protagoniste. Due, sì, perché il titolo americano è alquanto fuorviante, dato che non esiste nessuna squadra di samurai spogliarelliste, ma sono solo due.

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L’antagonista, Okinu.

L’attrice protagonista, Ruru Anoa, è un’attrice di J-AV (una pornostar). L’antagonista, che su imdb è Mina Asa (?) e su altri siti la pornostar Ryo Akanishi. Sono abbastanza carine e, ovviamente, disinibite, senza alcun problema a mostrare le tette ad ogni combattimento, cosa abbastanza insensata, dal momento che non viene mai data nessuna spiegazione del motivo per cui questo avvenga. Per essere un adult movie, un soft-porn, bisogna dire che praticamente non si vede quasi nulla, a parte le tette e una breve scena di sesso, da filmetto in seconda serata trasmesso sulle emittenti regionali (quindi non si vede nessun organo genitale, ma solo brevi inquadrature da lontano o dalla vita in su). Pollice verso.

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Le fatidiche tette accecanti…

Anche a  livello tecnico, purtroppo, siamo ai livelli della prima stagione dei “Power Rangers”, se non peggio: effetti speciali orribili (fortunatamente limitati a qualche flash luminoso, come quello -inspiegabile- delle tette di Lili) e coreografie degli scontri del tutto prive di senso, con gli avversari che saltellano a destra e a sinistra come gli omini in calzamagia grigia del suddetto telefilm, sferrando colpi che non si avvicinano neanche da lontano alla protagonista. Davvero non ci siamo, ahimé…!

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…capaci perfino di fermare una spada!!!

In definitiva, l’unico pregio di questo film è il fatto che dura poco. Una trama banale, una recitazione poco incisiva, nessun realismo negli scontri e pochissimi elementi sexy che spingano a guardarlo con interesse. Se aggiungiamo che non si raggiungono nemmeno i livelli di capolavori trash talmente brutti da risultare belli, si capisce come questo film non abbia davvero nessun senso di essere visto. Peccato.

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Quattro tette e una scena soft-porn…

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Praticamente zero sangue né gore.

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Giudizio generale: 3/10

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“Her name was Torment”, USA, 2014

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Altri titoli: /
Regia
: Dustin Mills
Cast: Allison Egan, Jackie McKown, Dustin Mills
Genere
: horror, indie, torture-porn
Durata: 50′
Produzione: Dustin Mills Productions
Budget: 500$

Trama: Sono stati ritrovati 27 corpi senza vita, mutilati nei peggiori modi possibili. Una giovane donna è stata catturata, ritenuta colpevole delle torture e degli omicidi, e sta venendo interrogata da uno psichiatra giudiziario, per capire cosa l’ha spinta a tanto.

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La nostra macellaia di fiducia. Mezzo film torture…

Film horror indipendente girato con soli 500$, con una trama semplicissima e davvero poche novità da offrire. Dustin Mills è un regista underground che sta sfornando molte pellicole indie negli ultimi anni, tra cui “Night of the Tentacles” e “Bath Salt Zombies” (entrambi nel 2013). Per questo film, ha voluto cimentarsi col puro torture-porn, girando un film prevalentemente in bianco nero e con pochissimi dialoghi (le poche parole che si sentono sono le domande dello psichiatra e le risposte della ragazza, visibilmente impaurita). La trama è riassumibile in due righe: la ragazza in questione ha rapito e ucciso quasi una trentina di persone (che secondo lei non erano “persone”). Ciò che vedremo saranno spezzoni di interrogatorio (in cui la ragazza racconta di aver agito su ordine di un’entità superiore chiamata “The Overseer” e degli Angeli), inframmezzati a scene di tortura ai danni di un malcapitato che passava di là. Nient’altro.

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…e mezzo con scene dell’interrogatorio.

Un film di torture, è ovvio, non è niente senza un buon livello di violenza e gore ma, purtroppo, c’è da dire che le torture perpetrate da “Torment” alla vittima di turno non sono poi così sensazionali, nè si può dire che gli effetti di bassa qualità (ma, con 500$ di budget totale, non ci si poteva aspettare nient’altro!) aiutino a rendere il tutto più credibile. In tutto, la ragazza: estrae due denti con una pinza, strappa le unghie (che sono palesemente delle tips applicate sopra le vere unghie, colorate di rosso sangue), buca un timpano con uno stecchino, tira fuori un occhio (legato da un nervo ottico assurdamente lungo) e infine srotola gli intestini. Tutte cose che, ad un neofita faranno sicuramente accapponare la pelle, ma a chi ha visto per lo meno un paio di episodi di “Saw” o “Hostel” passeranno praticamente inosservati.

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Fammi dare un’occhiata da vicino!

A livello di nudità, c’è da dire che (e qui sta l’unica novità di questo film rispetto agli altri esponenti del genere) la protagonista recita per tutto il tempo in mutande (e per un pezzo anche senza), coperta solo da una maschera e (a volte) un grembiule di plastica trasparente. Il punto che sicuramente fa più scalpore per chi è di sani principi è la scena di necrofilia, ma purtroppo è poca cosa anche quella. “Torment” si strofina su un cadavere rinsecchito (ma con un membro ancora piuttosto ben conservato) e si masturba sopra di lui. STOP. Se siete un po’ malati (come me) e apprezzate i corpi imperfetti (Allison Egan ha un corpo normalissimo, nè grasso né esageratamente magro, e i seni un po’ cadenti), la scena potrà anche smuovervi un po’ gli ormoni, ma esclusivamente perché il cadavere è palesemente finto e non c’è nulla di eclatante, se non una donna che si tocca.

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La scena di necrofilia.

Se vi piace il cinema indie horror underground, il torture porn e la necrofilia, questo film potrebbe piacervi, anche se sicuramente avrete già visto di meglio (“Nekromantik” è un cult, per es., ma esistono anche i vari “August Underground”, “Necrophile Passion”, ecc.). Gli effetti e il trucco sono pessimi, l’editing visivo caotico, la recitazione poco incisiva (ma il ragazzo è fatto di acciaio o cosa? non urla mai e sembra non soffrire quasi per nulla) e la colonna sonora -volutamente- disturbante. Certo, c’è sempre da apprezzare un regista prolifico che si mantiene nell’underground, ma a quel punto perché non rischiare di più? Comunque sono previsti ben due sequel, purtroppo.

~ Si ringrazia Horror Pills per aver fornito la pellicola ~

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Lei ha le tette fuori per tutto il film…

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E’ un torture porn, ma neanche troppo forte…

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Giudizio finale: 4.5/10

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“Paprika”, Italia, 1991

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Altri titoli: O Bordel de Paprika (BRA), Kullanmuru (FIN), Паприка (RUS)
Regia: Tinto Brass
Cast: Debora Caprioglio, Stéphane Ferrara, Martine Brochard
Genere
: erotico
Durata: 120′

Trama: Nel 1948, la giovane Mimma viene convinta dal fidanzato Nino a lavorare in una casa di tolleranza per la cosiddetta “quindicina” e raccogliere così i soldi necessari a rilevare l’azienda in cui lavora e poi sposarsi. Qui la ragazza, che assume il soprannome di “Paprika”, scoprirà i piaceri della vita sessuale più libertina e un nuovo amore, nella figura del giovane marinaio Franco. Quando scopre che Nino voleva solo i soldi ed aveva già un’altra donna da anni, essendo ormai schedata come prostituta, Mimma inizia a girare svariate case chiuse, conoscendo una grande varietà di personaggi e vivendo le esperienze più disparate…

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Il bordello di Madame Colette.

Ispirato al romanzo “Fanny Hill” di John Cleland (che nel 1964 aveva già ispirato “La cugina Fanny” di Russ Meyer), il film vuole essere una sorta di critica alla legge Merlin, che nel ’58 chiuse definitivamente i bordelli italiani, tanto cari a Tinto Brass. Il film, celebrazione del sesso come fonte di gioia e libertà, sarà anche il trampolino di lancio per la giovane attrice veneziana Debora Caprioglio, allora 23enne, dopo alcuni film con il primo fidanzato storico, l’attore e regista tedesco Klaus Kinski.

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La visita di Mimma. Scoppia di salute!

Il film pullula di scene di sesso, sia etero sia lesbo (famosa quella con Nina Soldano di “Un posto al sole”), in cui non viene nascosto nessun particolare dei corpi nudi (anche se quasi tutti i membri maschili sono finti) e, quindi, quasi ogni scena mette in bella mostra tette e culi delle ragazze dei bordelli. Non mancano anche alcune scene ai limiti del grottesco, come la scena di sesso col gobbo e il pissing con il principe Ascanio. Nonostante tutto, però, quasi mai le suddette scene risultano realmente eccitanti. Ma di sicuro non può che far piacere vedere con quanta spontaneità la giovane Debora metta in mostrale curve morbide e abbondanti, regalando un’ottima interpretazione del suo personaggio, nonostante doti attoriali non eccelse.

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L’immancabile scena del bagno.

Il film si lascia guardare, col suo ritmo gioioso e gli spaccati sulla vita nei bordelli, ma la durata eccessiva (due ore) e una certa ripetitività di fondo iniziano ad annoiare dopo il primo tempo, nonostante la burrosa protagonista riesca a tenere alta l’attenzione. Anche qui, Brass offre un breve cammeo (è il ginecologo che fa abortire Mimma), alquanto evitabile, mentre se la cava già meglio alla regia, con scene pulite e la solita passione per gli specchi e i sederi belli tondi (oltre a concentrarcisi con la cinepresa, saranno in molti i clienti dei bordelli a gridare a gran voce che vogliono il culo). In definitiva un filmetto passabile, che poteva sicuramente essere riassunto in meno di 90′ e risultare più scorrevole, ma è da molti considerato uno dei migliori film del regista italiano.

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Tette, culi, pelo e uccelli ogni 5 minuti.

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Solo una scena di pissing e una morte per droga.

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Giudizio finale: 5/10

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